Caro Figlio
Da quando te ne sei andato, ho continuato a lavorare, amare, combattere battaglie per me importanti; credevo che la tua mancanza mi avrebbe svuotato e invece mi ha tolto ogni timore umano. Non ti porto sempre con me, perché sento il bisogno di dare una particolare concentrazione alla memoria di te. Ricordarti deve essere un rito in cui ritrovare tutta la disperazione per la tua assenza e poi, ogni volta, recuperare la profonda dolcezza che ci hai lasciato. Ho sensazioni improvvise, emozioni incontenibili, certo. Ogni tanto, nella mia stanza, dò dei bacini ad una tua piccola foto incorniciata o mi fermo a contemplare i girasoli finti che tenevi sulla scrivania e le calamite fantasiose che collezionavi. Sono stupidaggini che mi fanno bene.
Sai che la dignità con cui hai vissuto la malattia, e la pace con cui hai affrontato la fine, mi hanno confermato che non è indispensabile la fede per essere semplici e buoni. Sei uscito di scena senza viatici religiosi ma anche senza cerimonie laiche, senza nessuna preghiera ma anche senza nessuna rabbia. Ti abbiamo cremato, come hai deciso, e abbiamo sparso le ceneri nel campetto di calcio e ai piedi del salice che ti regalarono gli amici. Quando sono lì, ti parlo a voce alta.
Sono sempre più fiero di te, come se fossi morto da soldato. Anni e anni di cancro sono una guerra, non “giusta” e tantomeno “santa”, dichiarata da un inoppugnabile, cieco capriccio degli dèi. Scusami, lo so che non ti piacciono i toni sopra le righe. Non ci sei più, a educarmi.
Ciau, pulcino mio!